We Wealth intervista Massimiliano Dendi: tre consigli per il successo dell’imprenditore nel lungo termine

  • Credi in quello che fai
  • Non sei solo e non devi farlo da solo
  • Facile e veloce, non lo è mai

Massimiliano Dendi ha alle spalle oltre 15 anni di esperienza nel settore del venture capital. E’ ceo di One Factory, la società nata nel 2017 specializzata nell’affiancare startup innovative e pmi nel percorso di crescita e sviluppo del business. We Wealth lo ha intervistato per capire cosa fa di una startup di oggi l’impresa di successo di domani

Guardiamo spesso alle Silicon Valley d’oltreoceano per cercare idee imprenditoriali innovative – spesso però le abbiamo sotto il naso, è solo che non le vediamo. Massimiliano Dendi, ceo di One Factory, ci racconta le start-up italiane di oggi e cosa possiamo fare per farle crescere.

Quali idee ci sono in Italia oggi?

“Siamo un paese di innovatori. Lo dice la nostra storia, lo hanno dimostrato i nostri ingegneri, scienziati e anche le persone comuni. Il presente è diverso, sicuramente più complesso, e lo sarà sempre di più. La soluzione è soltanto una: migliorarsi, sempre. Nel nostro settore, il venture capital, la Silicon Valley è la Mecca. Ma non perché vi siano più idee, o perchè siano più valide, piuttosto perché vi è l’ecosistema ideale per promuoverle e svilupparle. Innovare non significa avere una buona idea, significa essere capaci di realizzarla. E per esserlo sono necessarie molte altre componenti, oltre all’idea: la cultura in primis, l’organizzazione e il metodo, la finanza e le regole. E’ questo che ci differenzia ancora rispetto alla California, o ad altre culle dell’innovazione internazionali, come ad esempio Israele o Singapore. Negli ultimi anni abbiamo fatto passi da gigante: basti pensare al numero ed al valore degli investimenti in Venture, al decuplicarsi delle nuove iniziative di business al vaglio degli addetti ai lavori, investitori, incubatori, factory. Sembra scontato, ma non lo è affatto. In Italia siamo forti e così riconosciuti internazionalmente in settori come l’ingegneria, il design, il fashion, il food, lo siamo con le grandi aziende che ci distinguono sul mercato internazionale, lo siamo nei distretti in giro per il nostro paese, dobbiamo esserlo sempre di più anche innovando in questi settori, con grandi e nuovi che si sostengono e stimolano a vicenda. Questa a mio avviso è la strada e la stiamo imboccando”.

In cosa il “sistema paese” limita la crescita di questi business?

In Italia quell’ecosistema ideale, manca. La cultura prima di tutto: fiducia in chi ha promosso l’idea, e non solo riposta nel suo track-record, ma nelle sue potenzialità. La propensione al rischio e la competenza degli investitori, perché fare venture non significa fare finanza. Nessuno potrà mai convincermi del fatto che per far bene venture si debba essere prima imprenditori che uomini di finanza. Uno schema di gioco favorevole, regole e meccanismi che mettano nelle condizioni migliori chi si affaccia in un mercato nuovo, anzi vecchio, ma con l’intento di cambiarlo, evolverlo. Offrirgli realmente la possibilità di competere coi grandi, ma soprattutto metterlo nelle condizioni di farlo a livello internazionale, in Europa, in tutto il mondo. Perché quando parli di start up, la competizione è per definizione a livello globale per questioni di scalabilità. Ma sono un ottimista di natura e, seppur lentamente, qualcosa si muove nella direzione giusta”.

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